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ACCADEMIA DEL “DONCA”, PERUGIA

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Il dialetto perugino è parlato in un’area di 15 comuni (tra i 92 dell’Umbria) attorno a Perugia, popolata da circa 250.000 abitanti. L’area interessata è racchiusa tra i comuni di Valfabbrica e Bastia Umbra ad est e di Tuoro sul Trasimeno ad ovest, tra la località di Pierantonio (Umbertide) a nord ed il comune di Marsciano a sud. Il perugino, come altri dialetti umbri, presenta proprie spiccate peculiarità. Differentemente dal castellano che ha influssi romagnoli, dal fulginate e dallo spoletino che hanno influenze reciproche con i dialetti marchigiani, l’orvietano che risente del viterbese, il perugino lascia trasparire alcune affinità con le parlate toscane. D’altra parte la trasformazione della finale -i latina in -e, l’assenza della spirantizzazione della gutturale sorda, ecc. lo differenziano ampiamente dal gruppo dialettale toscano facendolo solitamente ascrivere, come il resto delle parlate umbre, alla grande famiglia dei dialetti italiani mediani. Il perugino a sua volta può essere suddiviso in tre aree linguistiche, ovvero la città, il contado e le aree di confine, che risentono degli influssi dei dialetti limitrofi. In città la parlata dialettale si può dire scomparsa, per via di un processo di italianizzazione che qui ha trovato una sua particolare realizzazione. Tuttavia, il dialetto del capoluogo è giunto sino ai giorni nostri grazie al lavoro dei numerosi poeti dialettali e di diversi studiosi di vernacolo. A questo proposito si ricorda il vocabolario (corredato pure da una breve grammatica) pubblicato dall’Università di Perugia nel 1970 ed opera di Luigi Catanelli. Recentemente, precisamente nel 2006, è nata  un’Accademia del Donca (Donca = “Dunque”), fondata dal giornalista, critico e letterario Sandro Allegrini e dal poeta Walter Pilini, supportati dalla convinta adesione dell’allora assessore alle politiche giovanili e culturali Andrea Cernicchi, il cui nome è fondato su un evidente ossimoro: il termine elitario “Accademia” e il popolare “donca”, tradizionale interlocuzione di ogni affabulazione svolta intorno al focolare nella civiltà contadina. Lo scopo è quello di pervenire ad una statuizione condivisa della grafia del dialetto perugino, il cui prototipo è costituito dalla pagina di Claudio Spinelli, il più importante poeta in dialetto (l’equivalente di Sandro Penna, per la poesia in lingua). La lingua perugina è accettata nelle tre varianti: quella urbana, quella dei “borghi” (storici quartieri cittadini) e quella rurale del contado (per cui il verbo “mangiare” figura rispettivamente nelle tre varianti “mangià”, “magnà” e “magnè”). Il contado inizia con le aree periferiche della città, ed è possibile cogliere sfumature linguistiche differenti tra l’area dei ponti sul Tevere (Ponte San Giovanni, Ponte Valleceppi, Ponte Felcino, Ponte Pattoli) e la zona di Magione.